Larghe intese per la vita

Nei giorni delle larghe intese, la morte di Giulio Andreotti ha fatto scorrere un fiume di riflessioni sul rapporto tra la chiesa, il cattolicesimo italiano e lo stato repubblicano. Ma la storia della legge 194 firmata come compromesso su un male minore – o sarebbe meglio dire come armistizio alla meno peggio dopo una sconfitta antropologica epocale (ma allora la parola non andava ancora di moda) è rimasta tra parentesi. Sottaciuta. Quasi una conferma di come in Italia – al di là delle statistiche che, più che di un calo, dicono di una assuefazione stazionaria al tran-tran ospedalizzato della 194: nel 2011 109 mila IVG (dato provvisorio), meno 5 per cento sul 2010 – l’aborto sia diventato in sostanza moralmente indifferente, e anzi paradigma di una superiorità soggettiva sul fatto oggettivo. Un dato di fatto relativizzato, per così dire, anche dalla chiesa, che in tre decenni non hai mai più affrontato di petto la battaglia su un piano culturale. Così che oggi, anche sugli altri fronti sensibili, dall’eutanasia alle nozze gay, c’è una sorta di paralizzata preoccupazione davanti al nuovo fronte di frana che potrebbe essere repentino, come dimostra il caso francese.
Eppure, mentre ci si avvia a celebrare i 35 anni della legge 194, il caso in Italia appare tutt’altro che chiuso. Domani, domenica 12 maggio, a Roma è convocata una piccola grande Marcia per la Vita: indipendente, anzi alternativa, rispetto alle tradizionali strutture pro life cattoliche. Nella stessa domenica arriva davanti a tutte le chiese d’Italia la mobilitazione per la raccolta europea di firme (ne servono un milione) della campagna “Uno di noi”, che intende proporre alla Commissione europea di “estendere la protezione giuridica della dignità, del diritto alla vita e dell’integrità di ogni essere umano fin dal concepimento”, cioè far riconoscere a livello europeo i diritti dell’embrione – iniziativa sostenuta dal Movimento per la Vita e in modo ufficioso dalla chiesa italiana, tramite le associazioni laicali e una martellante campagna di Avvenire.
Il messaggio inatteso di Angelo Scola
L’aborto, il suo scandalo lacerante anche nel corpo vivo della chiesa italiana appare insomma per quello che è: una questione tutt’altro che chiusa. Dolorosa, causa di timori e ripensamenti, ma viva. I segnali ad alto livello che qualcosa stia cambiando rispetto al passato non mancano. Uno assai eloquente, anche se buttato lì in modo informale, durante la presentazione milanese del suo ultimo libro “Non dimentichiamoci di Dio”, l’ha dato il cardinale di Milano, Angelo Scola. Rivolgendosi a Giuliano Ferrara e ricordando il suo impegno in materia, ha detto: “Mi sono sentito in colpa per quello che non siamo riusciti a dire noi, non l’abbiamo detto con chiarezza”. Ammissione più inedita che rara per un cardinale italiano, un “noi” che è suonato come una chiamata in causa di tutta la gerarchia, lasciando intendere che non si sia trattato di voce dal sen fuggita (del resto non è il genere di un teologo ad alta razionalità come Scola), ma di un giudizio meditato e foriero di approfondimenti. Se verranno, potrebbero essere anche divisivi, certo fuori dall’ecclesialese a bassa intensità in cui il dibattito in casa cattolica si è sempre svolto.
I segni che qualcosa stia cambiando non mancano. A partire dall’appoggio a una iniziativa nata spontanea come la Marcia per la Vita (questa è la terza edizione), che ha raccolto l’adesione e la benedizione del presidente della Cei Angelo Bagnasco e di una trentina tra cardinali e vescovi. Se è naturale la partecipazione al convegno che precederà l’evento di prelati da sempre outspoken sui temi della vita come monsignor Gianpaolo Crepaldi, arcivescovo di Trieste, o il cardinale di Bologna Carlo Caffarra, che svolgerà una lectio magistralis sul Vangelo della Vita, indicative sono anche altre adesioni, tra cui quella di Vincenzo Paglia, capo del pontificio Consiglio per la Famiglia. Alla Marcia parteciperà anche il cardinale americano Leo Raymond Burke, Prefetto del Supremo tribunale della segnatura apostolica, che in una recente intervista ha sparato alzo zero: “Credo che in alcuni posti ci sia grande esitazione da parte dei prelati a coinvolgersi in manifestazioni pubbliche. Quasi fosse percepita come una sorta di attività politica che un prete non deve intraprendere”.
Aggiornare il linguaggio
Servirebbe anche un aggiornamento dei linguaggi. Per dirla con Scola, se anche la chiesa non riuscisse più a far intendere che “la vita è sacra”, dovrà pur sempre trovare il modo di affermare che “l’autogenerazione non sarà mai possibile”. A rendere bisognosa di aggiornamento la lingua cattolica sulla vita in Italia è certamente anche il contesto. Più duro, a lungo più ideologizzato che altrove. La moratoria sull’aborto fu presa a uova e sassi, qualsiasi richiesta anche solo di finanziare l’aiuto alle donne che vogliono tenersi il loro bambino (come il meritorio progetto pilota Nasco della regione Lombardia) è sempre aggredita con un sordo “la 194 non si tocca”. La lingua di legno ideologica non è mai stata veramente scalfita, come invece capita all’estero. Da noi nessun film come “Juno”, nessuna star di prima grandezza come Jack Nicholson, non proprio l’icona del bravo ragazzo, pronta a dichiarare di essere risolutamente pro life “perché la vita è il dono più grande”. E’ culturalmente significativo lo scandalo generato nella cultura pop, pochi giorni fa, dall’autobiografia del tennista Jimmy Connors, come dire l’icona di un certo modo di essere eroi americani, l’alter ego di John McEnroe, che ha raccontato come la causa della rottura della sua relazione con Chris Evert fu la scelta di lei, allora diciannovenne, di abortire senza nemmeno consultarlo: “Avrei gradito che la natura facesse il suo corso, mi sarei preso le mie responsabilità, ma Chris ritenne che il momento non fosse quello giusto”.
Il mondo americano è diverso, e questo ha un riflesso anche sulla chiesa. Negli Stati Uniti la “Roe v. Wade” è un dibattito sempre aperto, non un tabù, e certe scelte obamiane non hanno fatto che acuirlo. E i vescovi parlano, spesso e volentieri. Negli ultimi anni, inchieste e analisi come quelle sull’aborto selettivo delle bambine in Asia sono diventate fonte di riflessione e scandalo non più taciuto. In Italia, le copertine dell’Economist inciampano nel ridimensionamento scettico, scivolano su una condivisione pelosa, nella traduzione infedele della “strage delle bambine”, nel tentativo di attutire e travisare la vera natura morale dello problema nel sottoinsieme dello scandalo di genere. Persino il teologo Vito Mancuso cessa di fare notizia, quando su Repubblica si lascia sfuggire che “la vita umana non fa eccezione: anch’essa è sacra e va trattata con rispetto dal concepimento fino alla fine”. E poi su Facebook glossa il filosofo cattolico Jean Guitton: “L’aborto è l’uccisione di un innocente” con un perentorio “sono totalmente d’accordo”.
Eppure in un altro paese cattolico come la Spagna, che ha subìto una bufera di secolarizzazione impetuosa e gli anni della follia ciudadana, i vescovi hanno la forza, in questi mesi, di sostenere una battaglia per la revisione della legge sull’aborto. Eppure in Irlanda, dove la chiesa è stata scossa alle radici dalla questione pedofilia, il disegno di legge che dovrebbe legalizzare l’aborto stenta anche per l’impegno preciso dei politici cattolici.
"Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.
E' responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"
